La Stampa per me: casa, bottega e sfida quotidiana
La Stampa è casa. Da bambina, quando il giornale era enorme, lo stendevo sui tappeti e mi sedevo sopra per leggere. Nella mia famiglia non mancava mai. Mia mamma lo leggeva al mattino, mio papà subito dopo pranzo. L’abitudine derivava dai miei nonni che avevano un negozio di vini e liquori ed erano abbonati dagli Anni Cinquanta. La Stampa era come la tazza di tè fumante con due biscotti a merenda. Una presenza costante, rassicurante, silenziosa.
Provo molta gratitudine per i miei genitori ma di due cose sono immensamente grata: leggere ogni giorno il quotidiano e non essere cresciuta con la tv in cucina e dedicare i pasti allo stare insieme e al confronto.
L’inizio
Crescendo ho capito che avrei voluto scrivere anche io sulla Stampa. Il modo con cui ho cominciato è buffo. Mi ero appena laureata e Torinosette pubblicava i nomi di chi aveva preso 110 e lode. Un giorno aprendo Torinosette trovai una tale Tiziana Rosso che si era laureata lo stesso mio giorno con gli stessi relatori (Gianni Rondolino e Guido Davico Bonino) con lo stesso titolo “Die Klage der Kaiserin: Pina Bausch dal Tanztheater al cinema”. Ma come era possibile? Poi l’illuminazione: mi chiamo Francesca Maria Taziana (sì proprio Taziana con la a), senza virgole all’anagrafe. Chi ha impaginato ha preso l’ultimo nome e messo la i. Ho pensato che fosse una meravigliosa scusa per chiamare La Stampa e chiedere di correggere.
Io che all’epoca non osavo parlare al telefono, sono stata presa da una sorta di coraggio illuminato, una spavalderia calma e determinata, così ho chiamato e scoperto che avrei dovuto parlare col direttore di Torinosette Rocco Moliterni. Non c’era. Ho richiamato un’ora dopo e l’ho trovato. Abbiamo iniziato a chiacchierare di cinema e ci siamo incontrati perché aveva in mente di pubblicare 10 numeri di uno speciale, uno per decennio, in occasione del centenario del cinema l’anno dopo, il 1995. E così tutto è cominciato.
Oggi
Ci sono state delle pause perché non so fare un lavoro solo e scrivere per me ha molte forme ma eccomi ancora qui. Essere freelance è bellissimo ma non è facile. Oltre all’incertezza economica, bisogna imparare a proporre le cose che si amano e che possono interessare, dire dei no sulle cose che non si condividono, cercare un equilibrio fra i tempi di presenza e libertà. Per me è un onore e un piacere raccontare ogni giorno pezzi di cultura della città, portare l’attenzione sulla meraviglia di cui noi umani siamo capaci nonostante le brutture del mondo, accendere piccoli fari, incontrare persone che danzano o scrivono libri o gestiscono gallerie d’arte e che rendono la loro passione palpabile; intervistare fotografi o direttrici di festival o chef per cercare quella scintilla divina che anima il loro agire, spesso in mezzo a un mare di difficoltà. Ogni giorno imparo qualcosa e cerco di condividere le scoperte. Sono grata alle persone con cui risuona un sentire comune ma anche a quelle che sembrano ostiche e mi aiutano ad ammorbidirmi per trovare una via da percorrere insieme. Perché La Stampa è sempre stata questo: un posto dove incontrarsi, specchiarsi e magari anche non essere d’accordo, sempre nel rispetto dei vari punti di vista.


